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kabodo

Ci aveva provato Adam Kabodo, il ghanese che l'11 maggio 2013 aveva ucciso a picconate tre passanti nel quartiere Niguarda di Milano.

 

Aveva provato ad inventarsi la storia delle voci che lo indussero ad uccidere le povere vittime. Una storia che non ha convinto i giudici che lo condannarono in prima udienza a 20 anni di galera, e che sono stati confermati in appello dalla seconda Corte d'Appello.

I giudici infatti affermano che la motivazione della rabbia del ghanese, non era determinata dalle voci che diceva di sentire, fatto che hanno riscontrato come una motivazione di condotta e non come un effettivo comando di uccidere.

Le perizie mediche che hanno valutato la mente di Kabodo, hanno evidenziato che era si affetto da un grave disturbo mentale, ma che al momento dei fatti il soggetto era perfettamente lucido e consapevole di quello che stava commettendo.

Ma il motivo scatenante della furia omicida, sembra sia stata dovuta al fatto che Kabodo si sentiva escluso dal mondo, isolato, emarginato dalla società che sembrava non volerlo accolgiere e risolvere i suoi problemi.

In sostanza, secondo i giudici, Kabodo agì per essere catturato e porre cosi fine ai suoi problemi esistenziali. C'è riuscito. E' stato catturato e condannato a 20 anni che speriamo sconti fino all'ultimo giorno, dando valore ad una giustizia che deve essere applicata e regolata per questo tipo di crimini. 

Perché rimettere in libertà una mente malata come quella di Kabodo, significa mettere a rischio la vita di molti. E per il rispetto delle vittime, non sarebbe stato giusto assolverlo e affidarlo a centri di cura per alleviare le proprie pene.

Adesso almeno i parenti delle vittime potranno avere una magra consolazione.