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sandro de simone

Gianna De Simone: «Niente bagni né letti e malnutriti». L’armatore: «Erano in regola. Temiamo per la loro vita». Si muove la diplomazia.

«Ho più paura oggi che nel ‘92, quando mio marito, Sandro De Simone, sempre in mare sulle barche da pesca, finì nelle mani dei pirati somali. Rimase sequestrato per un mese, all’epoca, in attesa che dall’Italia la sua compagnia pagasse il riscatto per liberarlo. Ma almeno i pirati somali gli facevano telefonare a casa due volte alla settimana e alla fine nacque quasi una fratellanza tra di loro, mangiavano insieme, a bordo, il pesce pescato. Questa volta, invece, è buio fitto...». 

Gianna De Simone, al telefono dal comune abruzzese di Silvi, è angosciatissima. Suo marito, Sandro De Simone, 55 anni, da trenta comandante di pescherecci, dal 2 marzo scorso è recluso insieme al suo direttore di macchina, Massimo Liberati, di San Benedetto del Tronto, nel temibile penitenziario di «Mile Two», a Banjul, la capitale del Gambia, descritto da «Amnesty International» più come un lager che come una prigione, tra «carenti condizioni igieniche, malattie, sovraffollamento, caldo estremo e malnutrizione». «Ma è una pena troppo crudele il carcere - continua la signora Gianna - rispetto al reato che avrebbero commesso.

La Marina del Gambia li accusa, infatti, per una sola rete da pesca, trovata sul ponte di coperta il 12 febbraio durante un’ispezione, con le maglie strette 68 millimetri invece di 70, la misura massima consentita. Avete capito bene: per 2 millimetri di differenza, li hanno messi in prigione!». L’ambasciatore italiano in Senegal, Arturo Luzzi, competente anche per il Gambia, ieri ha telefonato alle mogli dei due marittimi per rassicurarle. Oggi stesso il vice ambasciatore, Domenico Fornara, sarà a Banjul. Le autorità locali hanno condannato De Simone e Liberati a un mese di detenzione e l’obiettivo minimo - dice la signora De Simone - sarà quello di ottenere «una riduzione della pena».

Giovedì scorso il console onorario italiano in Gambia, che in realtà è un indiano, Dayal Daryanani, ha fatto visita ai due, poi all’uscita ha raccontato tutto all’armatore della «Italfish» di Martinsicuro, Federico Crescenzi, subito arrivato dall’Italia: «Sandro e Massimo sono rinchiusi in celle separate, due gabbie di quattro metri per tre, senza bagni né letti, ciascuno in compagnia di altri quindici o sedici detenuti comuni». Condizioni disumane, situazione da incubo. Intanto, il peschereccio del comandante De Simone, l’«Idra Q», 42 metri di lunghezza e 30 tonnellate di pescato tuttora fermo nella stiva refrigerata, è ormeggiato al porto dal 12 febbraio, sorvegliato dalle guardie armate. A bordo è rimasto solo il nostromo, Vincenzino Mora, 60 anni, a cui è stato ritirato il passaporto. «Noi siamo come una famiglia - racconta da Banjul l’armatore -. Lavoriamo insieme da anni e adesso temiamo per la vita di Sandro e Massimo».

L’Italfish fu fondata 40 anni fa dal padre di Federico, Santino Crescenzi, e oggi conta una flotta di 6 navi. «Quest’anno siamo finiti in Gambia - racconta il direttore commerciale, Massimo Sabato - perché l’Ue non ha rinnovato gli accordi bilaterali con Marocco, Mauritania, Senegal, Guinea Bissau e dunque tutti questi Paesi, ben più pescosi del piccolo Gambia, ci sono stati interdetti. Banjul, insomma, era un ripiego...». Cinquanta chilometri di coste sull’Atlantico, quasi davanti a Capo Verde: «Avevamo una regolare licenza trimestrale per pesci e cefalopodi - sospira il direttore commerciale -. Ci sentivamo tranquilli, poi all’improvviso il 12 febbraio è salita a bordo la Marina e si è messa a misurare le reti col righello. Giuro... Noi invano abbiamo spiegato loro che non esistono in commercio reti con maglie da 68 millimetri, quelle per forza dovevano essere maglie da 70 che col sole dei Tropici si sono deformate. Ma non ci hanno voluto ascoltare. O forse semplicemente cercavano un pretesto».