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by Andrea Milioni

Bullismo. Uno dei maggiori mali della società. E se viene accompagnato dall’omertà di chi lo vive passivamente, dall’indifferenza o dalla paura di ritorsioni, o per ignoranza propria, diventa un’arma indistruttibile.

In una società dove la tecnologia la fa da padrone, dove è possibile filmare coi telefoni ogni sorta di movimento o di azione e farla rapidamente espandere in rete, ogni cosa diventa visibile nell’immediato e porta spesso le vittime di questo male a farla finita con la vita per la vergogna, per le umiliazioni subite, per la violenza estrema degli altri, di quelli che le violenze le commettono, di quei bulli che tanto forti si credono davanti ad una inferiorità mentale o fisica ma che tanto deboli e vigliacchi sono nel prendersela con tali debolezze. Ed è quello che è accaduto ad Antonio Stano, pensionato 66enne di Manduria, in provincia di Taranto, con problemi psichici, morto ammazzato di botte da una banda di bulletti di periferia incapaci di vivere nella normale società come persone normali e confrontarsi nella quotidianità dei problemi reali e della vita vera. 14 ragazzi di cui 12 minorenni, bullizzavano e tormentavano fisicamente e psicologicamente il povero pensionato, il pazzo del villaggio era definito per i suoi problemi psichici. Non passava giorno che la baby gang non lo tormentasse. Sono molti i video che giravano nelle varie chat sugli smartphone di questi delinquenti in cui si vedono le umiliazioni e le botte che il povero Stano era costretto a subire per le sue inferiorità. Urla, minacce, qualcuno di loro lo aveva perfino derubato, botte con manici di scopa, violenze efferate sia fisiche che mentali. Insomma una persecuzione continua quella sul povero Stano, tanto da costringerlo ad evitare di uscire da casa per non incontrare quei ragazzi che lo tormentavano. Che avevano inculcato in lui il terrore di respirare pure l’aria pur di non subire le loro angherie. Ma loro non demordevano e lo tormentavano lo stesso, bussando alla sua porta, inveendo contro di lui, minacciandolo. Problemi psichici si, ma perfettamente consapevole di ciò che quei piccoli mostri gli facevano. Eccolo Antonio Stano. Uno che viveva la sua vita da pensionato e che alla fine, dopo giorni di cui non si avevano notizie, qualche vicino ha deciso di chiamare le forze dell’ordine che lo hanno trovato in casa agonizzante per le botte, massacrato a calci e pugni e che è morto poco dopo in ospedale. Massacrato da quei maiali, da quei vermi e da quell’ipocrisia, da quell’indifferenza, da quell’omertà di cui all’inizio, che è stata complice di questo massacro e di questo omicidio. Quanta indignazione in questa vicenda. Un branco di giovanissimi che ammazzano come un cane un povero disabile mentale. Uno che aveva vissuto una vita quasi intera. Che quando era a metà della sua vita, anche se fatta di difficoltà, questi INDEGNI non erano nemmeno nati, ne concepiti, figli di un male assurdo. Un branco di sciagurati che altro divertimento non aveva nella vita che l’unico scopo di prendersela con un minorato mentale incapace di difendersi da quel branco. E già perché il problema sta proprio qui. L’incapacità di difendersi. E’ quello che rende forti i bulli. Trovarsi davanti ad un individuo che abbia problemi fisici o mentali che non gli permettono di potersi difendere dalle aggressioni verbali o fisiche costretto a subire. Ed è per questo che il bullo è anch’egli un minorato, un incapace, un debole, un vigliacco. Insomma, uno a cui ogni termine dispregiativo può essere addossato in quanto rispecchia tutte le caratteristiche negative che una persona possa avere. La bassezza a cui si possono livellare certi ragazzi che altro non pensano che a tormentare un debole piuttosto che dare il tormento alle ragazze della loro età e a crearsi un futuro proprio. La bassezza delle famiglie che stanno dietro questi deboli, questi vigliacchi, questi indegni ed assassini. Che non sanno dei loro figli, di ciò che fanno, chi frequentano, come passano le loro giornate, di quali reati si macchiano. Fino al punto di non ritorno. Fino a quando un giorno una divisa bussa alla loro porta e dice loro che suo/a figlio/a è coinvolta in un omicidio. Verso chi? Un minorato mentale di 66 anni. Non un ragazzino che nella sua incoscienza si sia voluto vendicare di un rivale in amore che altrettanto stupido sarebbe stato. Ma prendersela con un 66enne invalido.. E nasce allora la disperazione di una mamma, 50enne, che ad un quotidiano rivela tutta la sua disperazione per la tragedia avvenuta. Per l’incapacità di non aver saputo gestire un figlio, nel non sapere realmente chi ha cresciuto, con la consapevolezza che l’educazione impartita non è stata sufficiente per tenerlo lontano dai guai, che i valori non esistono in quella mente che a soli 17 anni si è reso protagonista di un delitto inquietante, che è finito sulle cronache di giornali e telegiornali e che adesso dovrà avere una vita macchiata da qualcosa di losco. Lui come gli altri. C’è quanto meno un segno di disperazione da parte di una madre che si è resa conto di non aver fatto in pieno il suo dovere, che si giustifica che un comportamento diverso per un uso di droghe, per un eccesso di denaro, una mamma attenta può anche notarlo, ma che un video su una chat nel telefono non te la potresti mai immaginare. Che forse tutti i torti non li ha. Ma ecco l’importanza di riuscire ad infondere certi valori ai propri figli, fargli capire l’importanza della vita, del rispetto verso gli altri, di aiutare i bisognosi e i più deboli e non di inveire contro di loro diventando un bullo. Ed eccolo l’altro male che si aggiunge. Quella tecnologia che è diventata deleteria per i giovani di oggi. Dietro la quale si nascondono nel loro mondo di perversione, di violenza, per la quale non riescono più a comunicare con i loro genitori, se non attraverso messaggi perfino dentro casa. Che non riescono ad andare in bagno se non col telefono. Una società a cui ci stiamo adeguando e che non ci fa rendere conto che stiamo degradando in maniera veloce verso la fine senza la speranza di un futuro migliore. C’è la frustrazione di una donna che nella consapevolezza della tragedia non difende il figlio ma che l0 condanna per il gesto commesso. C’è forte, fortissima, l’indignazione per l’omertà di una cittadina che sapeva e che vedeva ciò che accadeva alla luce del giorno e per non essere mai intervenuta in difesa di quella vittima che è finita vittima di quella che era solo la fine che in questa società di indegni poteva fare. E ci si chiede adesso, dopo la tragedia.. Antonio, avrà almeno giustizia? E’ difficile pensarlo visto il nostro sistema giudiziario inetto. Perché dal momento che si tratta di ragazzi giovanissimi, si provvederà probabilmente ad un loro reinserimento nella società, magari scontando qualche anno in un istituto di riabilitazione e di reintegro sociale che faccia capire loro lo sbaglio commesso e crearsi una vita felice senza più pensare al passato. E già.. è successo, ne è piana la cronaca e qui non sarà diverso. Tra qualche anno rivedremo questi assassini in erba camminare per le strade come se nulla fosse accaduto, col sorriso sulle labbra, a formarsi delle famiglie che non sapranno mai nulla dei loro malefatti. Di mogli inconsapevoli di dormire accanto a dei mostri che in passato sono stati capaci di sfogare la loro violenza e la loro frustrazione verso un povero malato di mente e senza la certezza che possano farlo ancora magari con loro stesse o con i loro figli. Il problema è.. certe persone, certe bestie, certi mostri, potranno mai essere salvati e far parte di questa società?

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