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Filomena di Gennaro

by Andrea Milioni

FEMMINICIDIO. Un crimine che si sta diffondendo a macchia d’olio. Un crimine che è lasciato spesso incompiuto grazie a piccoli cavilli che non rendono giustizia alle vittime.

Già le vittime. Come afferma il termine stesso, femminicidio, sono sempre donne a cadere vittime. Colpevoli solo di aver lasciato il proprio compagno o il proprio marito, per sottrarsi magari da una vita fatta di abusi e maltrattamenti. Colpevoli di aver amato l’uomo sbagliato. Cadute vittime di quelli che dicevano di amarle, di proteggerle, di essere i loro angeli custodi. E che invece si sono rivelati i loro carnefici.

Femminicidio. Un crimine che è diventato una sorte di punizione da parte di uomini che improvvisamente impazziscono, che sentono il loro potere cadere quando la compagna di una vita decide di ritornare alla propria vita, sottraendosi da quello che a lungo è stato il loro calvario. Ma che si rivelerà la loro fine. Un crimine che per molti uomini diventa una sorta di vendetta da consumarsi con la peggiore delle soluzioni. Sbarazzarsi di quella donna che non riesce più a stare sotto i loro abusi. Quella che deve obbligatoriamente essere loro o di nessun altro.

E che mettono in campo tutto quello che è possibile per far si che questo accada. E’ cronaca mondana di donne sfregiate irrimediabilmente con l’acido. O di donne brutalmente assassinate da uomini anche in presenza dei figli. E spesso, nella maggior parte dei casi, tutte queste donne cessano di vivere perché la fortuna, il destino, la volontà di non aver fatto prima quello che era possibile fare, ha voluto questo. Lasciando figli e famiglie nella disperazione per non essere riusciti ad intervenire prima.

Ma c’è anche chi, con un po’ di fortuna, riesce a sopravvivere a questi efferati tentativi di omicidio. Certo chi rimane sfregiata dall’acido può dire di aver salva la vita. Ma spesso queste donne si sentono lo stesso morte dentro per quello che le è accaduto. E c’è anche chi riesce a sopravvivere ad un intero caricatore di pistola. Come nel caso della protagonista di questa vicenda.

Lei è Filomena Di Gennaro. Sono ospite a casa sua, a Roma, dove mi racconta della brutale vicenda che le ha cambiato per sempre la vita. Intanto voglio iniziare col dire che ad oggi, a 10 anni da quel tragico giorno, era il 13 gennaio 2006, Filomena è una donna felice, una moglie devota ed una mamma premurosa di due splendidi gemelli. Il tragico fatto di cui racconteremo però, l’ha ridotta su una sedia a rotelle, creandole un handicap permanente con le conseguenze che si possono immaginare. Portandola ad una nuova vita, una sorte di seconda vita. Ma per capire meglio la storia, partiamo dalla prima vita di Filomena.

Le faccio un nome: Marcello Monaco. Si adombra nel sentirlo, ed è sconcertante mentre le sono accanto, sentire le sue parole e vedere nei suoi occhi, la tanta rabbia che prova ancora verso quest’uomo che quasi le ha tolto la vita. I suoi ricordi partono dall’età adolescenziale, quando lei e Monaco appunto, si fidanzano essendo dello stesso paese, e con le famiglie conoscenti, come spesso accade. Da premettere è che Filomena non è originaria di Roma, bensì di Stornarella in Puglia (FG), dove appunto conosce il Monaco ed inizia con lui uno di quei fidanzamenti che durano per anni. Oltre 10. Un rapporto fatto anche di incomprensioni e litigi, come è naturale che sia. Soprattutto per le idee differenti che li distinguevano. L’ambizione di Filomena nel volersi realizzare nella vita, andava contro i principi morali e bigotti del fidanzato. Che lavorava nel distributore di benzina di famiglia. Mentre lei, terminato il liceo, decide di salire nella capitale per studiare Psicologia. E dove consegue la laurea. Ma l’ambizione della ragazza è ben maggiore e dopo essersi laureata, partecipa al concorso indetto dall’arma dei carabinieri per diventare allievo maresciallo. Concorso che Filomena vinse.

Ma iniziano allora i primi veri problemi, perché aver vinto il concorso significava trasferirsi quasi definitivamente a Roma ed il suo fidanzato non era molto felice. Ma ci tiene a sottolineare che lei è stata sempre molto determinata nel prendere le scelte che riguardavano la sua vita e che niente le avrebbe impedito di realizzare quel sogno. Così Marcello, l’ex fidanzato, dopo un paio d’anni la raggiunge a Roma, dove Filomena viveva in una casa con suo padre, ed inizia a lavorare li, anche se la stessa Filomena ha una visione del tutto distorta di lui. Inizialmente il Monaco trova lavoro come guardia Giurata, ma non aveva una gran voglia mi dice, soprattutto perché quel lavoro comportava turni di notte e nei giorni festivi. Marcello per i due anni in cui rimane a Roma, vive ospite a casa di Filomena e del padre della ragazza, ma proprio lei non ha un gran bel ricordo di quel periodo.

Afferma che pur lavorando svogliatamente e lei impegnata negli studi, il carattere del suo ex fidanzato non era cambiato. Da sempre nella sua famiglia, era stato sempre abituato a non far nulla e a d essere servito e riverito. E ben presto il Monaco si stufa di questa vita. Anche perché nel frattempo, dopo aver vinto il concorso, inizia la scuola per diventare maresciallo per Filomena. Un impegno duro afferma, che le portava via gran parte del tempo, dove avrebbe raggiunto un lavoro che probabilmente l’avrebbe portata lontana da casa, costretta magari a continui spostamenti. Dove soltanto la sera avevano un’ora di libertà per poter comunicare con i familiari tramite telefono. Ed il suo ex fidanzato si lamentava della poca presenza della sua donna. Decidendo così dopo due anni di ritornare al sua paese natale in Puglia, anche se il loro rapporto continua ad esistere, ma si tratta ormai di un rapporto a distanza, e dove l’affetto, sostituisce il sentimento dell’amore che non è più alla base del rapporto per lei. Fondamentalmente la donna capisce che quello non è l’uomo adatto a lei e ne comincia un distacco graduato.

Di conseguenza in tutta onestà, Filomena e Marcello discutono spesso anche a distanza, sempre per telefono, e spesso le discussioni riguardano la decisione di doversi necessariamente separare perché incompatibili e per idee di vita differenti. La decisione Filomena, la prende definitivamente quando durante il periodo delle feste natalizie, riceve in breve congedo per passare le feste in famiglia, e quindi affronta di persona il suo fidanzato, ma solo per confermare che la loro storia è terminata, che non è giusto che un rapporto continui solo per affetto quando non esiste più il sentimento dell’amore.

Inizialmente il Monaco, se pur reagendo comprensibilmente come una persona che, dopo oltre 10 anni di fidanzamento viene lasciata, sembra accettare la scelta di Filomena, anche se non mancano le domande sulle motivazioni della scelta della ragazza. E passato il periodo delle feste, arriva anche il momento per la donna, di ritornare a Roma e rientrare a scuola. E’ da quel momento in poi che inizia un vero e proprio martellamento per lei da parte dell’ex fidanzato. Che la tempesta di telefonate, chiedendole che non poteva finire così una storia che durava da oltre 10 anni, che non poteva trattarlo così. Marcello le racconta anche di un sogno fatto dalla zia, dove raccontava che tutto il paese avrebbe pianto se lei non fosse tornata a stare con lui. Sembrava una sorta di minaccia, anche se lei stessa ammette che 10 anni fa non era ancora così sentito, e soprattutto non era ancora conosciuto, lo stalking. Inizialmente Filomena si arrabbia sentendo le parole dell’ormai ex fidanzato riguardo al sogno, perché era come se lui le avesse augurato la morte, ma Filomena era consapevole di conoscere ormai bene l’uomo con cui aveva vissuto per oltre 10 anni e che mai si sarebbe abbassato a tanto. Un rammarico che oggi ha forte per non aver avvertito prima questo sentore che iniziava ad essere forte. Un rammarico perché era convinta che quello che sentiva in televisione, di quegli uomini che uccidono brutalmente le loro compagne o mogli, a lei non sarebbe capitato, perché, ci tiene a sottolineare, a volte l’errore che una donna commette, è quello di pensare di conoscere fin troppo bene la persona con cui si vive o si è vissuti da non sospettare che il pericolo sia dietro l’angolo.

Ci tiene anche a sottolineare, che durante il loro rapporto, Marcello non ha mai alzato un dito su di lei, ne aveva mai dato segni particolari di squilibrio. Se pur ammette che era cresciuto comunque in una famiglia dove il padre, era un padre-padrone, dove la madre non era libera nemmeno di uscire a fare la spesa tranquillamente, insomma, una famiglia con la mentalità molto chiusa, al contrario di quella di Filomena, dove la mamma aveva sempre lavorato e dove esisteva una mentalità più aperta. E Marcello cresce inevitabilmente con quella mentalità chiusa e retrograda che contraddistingueva la sua famiglia, che sfocia poi nel momento in cui la sua donna, quella che lui considerava di sua proprietà, decide di lasciarlo. Ed è proprio questa mentalità bigotta che secondo Filomena, fa uscire il vero mostro che è in lui. Vale a dire quella persona violenta e possessiva che poi si è rivelata. Riprende quindi la solita vita per Filomena tornata a Roma, ma continuano anche i messaggi e le telefonate dell’ex fidanzato.

IL FATTO

E’ dunque il 13 gennaio 2006, un venerdì, giorno di uscita dalla caserma per gli allievi. Filomena è in compagnia di un amica che le offre un passaggio in macchina per andare a prendere il treno che la riporta a Roma da Velletri quando improvvisamente riceve un messaggio da Marcello che le chiede di aspettarlo perché lui sta arrivando a parlare con lei. Si arrabbia la donna, perché non è la prima volta che l’uomo si presenta senza avvertirla. Solo la settimana prima del fattaccio lui era salito di nuovo in piena notte aspettandola sotto casa e lei fortunatamente non le aveva aperto. Ma la fortuna dura poco. Cerca di impietosirla facendosi scudo sui tanti chilometri percorsi solo per scambiare poche parole con lei, dietro una relazione durata 10 anni che aveva ancora bisogno di chiarimenti. E nonostante ormai Filomena avesse già preso la sua decisione, per l’affetto che ancora provava per lui, decide di incontrarlo un’ultima volta sperando che stavolta sia davvero l’ultima.

Ricorda che il comandante del plotone che allora dirigeva il corso, le aveva consigliato comunque di incontrare l’uomo fuori casa per una maggiore sicurezza.  Un sentore quello del comandante, dettato dall’esperienza. E che per sicurezza chiede anche l’indirizzo della ragazza in caso di supporto. Nonostante Filomena cerchi, vanamente, di dissuaderlo.

Siamo in pratica sotto casa di Filomena, a pochi metri dal portone, quando arriva Marcello Monaco. Filomena entra nella sua macchina e i due iniziano a parlare. Il Monaco continua ad insistere che non poteva lasciarlo, che non era giusto abbandonarlo cosi, che 10 anni non si possono cancellare in quel modo, e che la colpa era dei Carabinieri che l’avevano totalmente cambiata. Da parte sua, la ragazza cerca di far capire all’ex fidanzato che ormai la storia è finita, che l’affetto non basta più a tenere in piedi una storia e che bisognava ricominciare. Ma Marcello non si da per vinto e continua costantemente a ripetere sempre le stesse frasi, fin quando Filomena, stufa, scende dalla macchina per dirigersi verso il portone di casa. Entra e sta quasi per chiudere, ma non si accorge che Marcello l’ha rincorsa e proprio mentre il portone sta per chiudersi, lui infila il piedi in mezzo impedendo che succeda. Afferra la donna e la trascina fuori, poi afferra la pistola e pronuncia poche semplici parole: “ Mia o di nessun altro “ e spara il primo colpo. La donna cade a terra, in un lago di sangue ricorda. E’ ancora cosciente e cerca in ogni modo di far ragionare l’uomo. Chiedendogli di smetterla, di risparmiarla. Ma ormai Marcello Monaco è completamente accecato dalla rabbia, e vedendo che Filomena è ancora viva, senza pietà spara ancora. Una pistola detenuta illegalmente afferma Filomena. Una pistola di proprietà del padre del Monaco, che però era morto, e che invece di restituire alla  morte dell’uomo come è consuetudine fare, a casa sua l’avevano tenuta. Ma di questo lei non era a conoscenza.

C’è infatti sgomento, rabbia e shock ancora nelle parole di Filomena nel ricordare quei momenti tragici. Perché come già accennato era certa di conoscere l’uomo che aveva di fronte e che mai si sarebbe aspettata che potesse avere quella reazione così oltre tutte le regole. Ricorda che in quel momento le sembrava di vivere un film. Una di quelle scene che si vedono in televisione di quelle donne ammazzate senza poter reagire. E continua a ricordare Marcello Monaco come un uomo che si è rivelato esattamente per quello che è dopo che è stato lasciato. Un uomo violento, cinico e freddo. Capace di spararle a bruciapelo. Di non impietosirsi davanti ad una richiesta di supplica della donna che aveva amato, e che invece che tenderle la mano, le scarica addosso tutto il caricatore. In strada, in un luogo frequentato da molta gente, col rischio di ferire qualcun altro, perfettamente cosciente di ciò che stava facendo.

Già il fatto che fosse salito con una pistola in dosso, era una premeditazione bella e buona, anche se lui afferma che aveva intenzione di suicidarsi. Purtroppo per lui è stato provato che non c’è stato un istante in cui si sia puntato contro la pistola, e soprattutto perché l’intero caricatore era finito sul corpo di Filomena. Continuano i ricordi di quel tragico momento. Della sua mancata pietà per quella donna che lo stava supplicando di risparmiarle la vita. Ma ormai l’uomo voleva solo la morte di quella donna che lo aveva annullato. Filomena mi dice infatti che uno dei proiettili che le ha lesionato il midollo, è uno di quelli sparati quando lei era sdraiata in terra.

Un miracolo che sia ancora viva afferma lei stessa. Anche dopo il primo proiettile sparato, che si è fermato a 3 millimetri dall’aorta principale del cuore e che avrebbe potuto stroncarle la vita in un istante. C’è un grande rammarico nel ricordare questi fatti per lei. Quello che purtroppo molte donne non sono così fortunate come lei. Che dopo il primo colpo inferto giacciono in terra senza vita. E’ come quasi se si sentisse in colpa per essere sopravvissuta, Ed è ingiusto ed indegno, che una persona che voglia vivere serenamente la propria vita, debba sentirsi così. E’ indegno che una persona si debba appropriare della vita altrui come un oggetto, accaparrarsi il diritto di trattarti male, di picchiarti, di offenderti. Quando l’unico scopo sarebbe quello di poter vivere insieme felici per sempre.

Chiedo a Filomena, pur essendo io stesso consapevole di quali emozioni abbia provato in quei tragici momenti, di raccontarmi appunto quali emozioni e quali pensieri le siano passati per la testa. Se per un momento avesse rimpianto di aver accettato quell’incontro. Tutto questo per dare modo a che stia leggendo o guardando il video, e che si trovi in una situazione simile, di poter uscire da un labirinto malvagio che sembra senza fine, ma che invece con un po’ di coraggio può trovare uno sbocco per la salvezza. Riuscendo ad interpretare i segnali giusti.

E la risposta di Filomena è determinante a tal senso. Afferma quindi di stare attento al minimo segnale, di non avere la completa presunzione di conoscere il proprio uomo fino in fondo, di denunciare subito prima che tutto degeneri e che l’orco prenda il sopravvento. Ed è scioccante anche l’affermazione che fa quando ricorda che in quel preciso momento, quando era a terra, pensò: “ Ecco, sto morendo, è toccata a me!!!

Ma come si può vedere Filomena è riuscita a salvarsi. Per l’intervento del suo comandante, che aveva chiesto a lei stessa dove abitava e che era corso in suo aiuto avendo avuto un presentimento strano, e che a sua volta imbraccia un conflitto a fuoco con Monaco ancora intento a sparare sulla ragazza. Che cade in coma ma che si ritrova tutta la sua famiglia vicina ad assisterla. Nessuno dei medici che la prende in cura si pronuncia positivamente sulle sue condizioni, dandola quasi certamente per spacciata, anche perché uno dei proiettili aveva perforato entrambi i polmoni. Ma la forza di volontà di questa donna ha il sopravvento ed eccola ad una nuova vita.

Una vita in carrozzina certo. Che comporta le difficoltà che si possono immaginare. Perché le barriere architettoniche purtroppo sono una realtà. Perché nulla è più come prima. Perché la ragazza dinamica che vive la vita precedente è relegata su una carrozzina. Ma c’è un lieto fine. Prima di tutto quello di poter affermare “ sono viva “ perché la vita è una, come afferma lei stessa e va vissuta fino in fondo ed in pieno.

Usa una frase Filomena che fa capire chiaramente come, nonostante la fortuna di essere viva, senta comunque il disagio di una vita che non gli appartiene fino in fondo. Afferma infatti di vivere lei “ un ergastolo “, proprio per il fatto che tutto risulta più difficile, una vita particolare insomma. Un rimpianto quindi per la vita precedente che è a tutti gli effetti visibile. Solo per il fatto di non poter correre con i suoi figli, di non poterli accompagnare a scuola, che non è possibile dal momento che sono in due. Anche una semplice cena al ristorante senza doversi preoccupare se ci sia il bagno attrezzato per i disabili. Oppure il semplice salire in macchina. Che, ammette, pur avendo una macchina speciale, rimane comunque un problema smontare e caricare e scaricare ogni volta la carrozzina. Sperando sempre che nessuno si parcheggi mai vicino perché risulterebbe impossibile accedere agli sportelli, attendendo molto tempo prima che qualcuno liberi l’accesso. Insomma una vita indegna da vivere se non si è nati in certe condizioni fisiologiche ma lo si è diventati per scelta, purtroppo di altri. E Filomena si sofferma anche sul fatto che esistono anche condizioni intime particolari, derivanti in particolare dalla lesione midollare, che comporta gravi disagi, che chi vede da fuori, non può certamente immaginare, perché non bisogna pensare che uno sta sulla carrozzina perché è disabile, ma giustamente c’è molto di più dietro in certe situazioni.

Come accennato nella premessa iniziale, oggi Filomena  è però una mamma felice. Una mamma di due gemelli. Ed una moglie devota e serena. Ed è anche grazie all’aiuto di quello che oggi è suo marito che è riuscita a tornare ad una vita accettabile. Suo marito è un capitano dei Carabinieri, che l’ha spronata ad andare avanti, anche per trovarsi un nuovo lavoro, dal  momento che la disabilità non gli ha più permesso di continuare la scuola per diventare maresciallo. Gli è stata quindi offerta una possibilità dalla Federazione Italiana Tabaccai per un lavoro d’ufficio, e ci tiene a ringraziare il suo datore di lavoro solo per il fatto che di potersi essere di nuovo messa in discussione. E poi ricorda con piacere la nascita della famiglia, con l’arrivo dei due gemelli. Un parto non facile quello gemellare nella sua condizione specifica.

Un risentimento in tutto questo, Filomena ce l’ha. Soprattutto verso lo Stato, anche per quello che sarebbe potuta diventare. Ossia un militare dell’arma. E afferma che effettivamente lo Stato non le è stato affatto vicino, perché nel 2006, dopo essere stata riformata appunto, non le è stata data nemmeno la possibilità di potersi inserire nei ruoli civili. L’indignazione di Filomena, risiede nel fatto che ha dovuto combattere una battaglia lunga otto anni, scrivendo a tutte le istituzione e girando tutte le trasmissioni televisive perché qualcuno ascoltasse la sua voce. Perché era totalmente ingiusto che dopo essere stata vittima, aveva dovuto perdere anche il lavoro. Fin quando finalmente, due anni fa, viene ricevuta dalla Presidente della Camera Laura Boldrini e dalla Ministra Pinotti, e grazie anche al Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, ad oggi ha anche un contratto annuale di collaborazione con l’arma stessa, che è già stato rinnovato anche per l’anno in corso.

Una sorta di giustizia morale ricevuta per tornare ad una vita quantomeno accettabile dal punto di vista umanitario. Ma esiste un altro tipo di giustizia. Quella che doveva decidere della sorte del suo carnefice. E qui mi accorgo che è un’altra piaga dolorosa quella che Filomena va a ricordare. Per la solita giustizia indegna. Marcello Monaco subisce una condanna ad 11 anni e 4 mesi, per tentato omicidio e premeditazione, con l’aggiunta di lesioni gravissime. Una condanna che non sconta per intero, come prassi, indegna sottolineo, della giustizia italiana. E’ già libero dopo soli 7 anni, che non sono stati neanche scontati appieno. Si indigna Filomena nell’affermare che solo dopo appena un anno, il Monaco era già ai servizi sociali con la possibilità di poter andare a lavorare fuori. E focalizza la sua indignazione oltre che sulla giustizia inefficiente, anche sul fatto che pur esistendo leggi ben precise relative a determinati reati, non vengono applicate nella maniera corretta, per colpa dei giudici.

E noi delle Verità Indegne, che martelliamo spesso sull’inefficienza della giustizia italiana, più volte abbiamo ribadito che oltre al sistema giudiziario, ci sarebbe da rivoluzionare anche chi occupa le poltrone reali dei tribunali, quelli con la toga che decidono 20 anni per un omicidio, piuttosto che  16 per un altro e cosi via. Insomma giudici che decidono con discrezionalità propria piuttosto che attenersi alle leggi che infliggerebbero pene molto più esemplari. Sempre se venissero applicate. Ma a quanto pare la vita umana non ha un valore così alto per alcuni. Non è deterrente il tentato omicidio. Non è giustificabile con una pena minore il non aver ucciso una persona. C’era comunque nella testa del presunto assassino, la premeditazione di togliere quella vita e la pena corretta, per una vita tolta, non può che essere l’ergastolo. Se è il massimo che si prevede. Perché personalmente, continuo a ribattere che la pena di morte sarebbe la pena più giusta da infliggere a chi si arroca il diritto di togliere la vita ad un altro essere umano.

Il riferimento è per tutte quelle donne che purtroppo non ci sono più, e per le loro famiglie, che purtroppo sono costrette a vedere in giro in libertà, i carnefici dei loro cari defunti. Un’umiliazione indegna da subire. Come quella che, ingiustamente sta vivendo la famiglia di Filomena, costretta a vedere l’uomo che circola liberamente sulle proprie gambe, mentre c’è chi vive su una carrozzina o chi addirittura è ormai già sottoterra.

In quanto a lei, afferma di averlo rivisto, il suo ex fidanzato, solo durante la prima udienza del processo e da li mai più. Ma il suo ex fidanzato, oggi ha una sua famiglia, perché ha una compagna del suo paese d’origine, Stornarella, e che lo ha reso padre. Mi dice che non vive più al loro paese ma vive al nord, anche se scende spesso giù dal momento che li vive la sua famiglia. Ma l’indignazione sta nel fatto che laggiù, nel loro paese d’origine, vive anche la famiglia di Filomena.

In una sua precedente dichiarazione, Filomena si augura che alla sua nuova compagna, non passi mai per la testa l’idea di lasciarlo. Perché afferma, è questa la  molla che lo ha fatto scattare nei suoi confronti. Ma quello che più la indigna, è che lo ritiene talmente furbo, perché della vicenda racconta quello che vuole e che gli fa comodo, e si stupisce del fatto che ci sia gente che ancora gli crede nonostante quello che abbia fatto. Con lei, ne rimango stupito anche io, soprattutto per il fatto che la sua nuova compagna, come già accennato, è dello stesso paese, e che quindi conosce a perfezione il caso. E sono io stesso a domandarmi come sia possibile che una donna che conosca questa storia, possa vivere serena accanto ad un uomo che abbia già tentato di ucciderne un’altra. E’ esterrefatta dall’idea di come una donna perfettamente a conoscenza dei fatti, possa vivere accanto ad un uomo che ha quasi ucciso una donna. Averci fatto un figlio insieme. Perché è convinta Filomena, che il suo ruolo da attore, così lo definisce, non cambierà mai, e che continui a restare un individuo pericoloso sempre e per tutte le donne che lo avvicinano.

Mai un gesto di pentimento verso Filomena per quello che le ha fatto e per come l’ha ridotta. Non un biglietto di scuse. Ma nemmeno la famiglia di Marcello Monaco si è mai scusata con lei per il gesto dell’uomo. Sia il Monaco che la famiglia, spalleggiato soprattutto dalla madre, raccontavano la loro versione dei fatti. Che la colpa era stata di Filomena che lo aveva lasciato dopo 10 anni di fidanzamento, che aveva scelto la carriera lavorativa piuttosto che la famiglia. Insomma, da carnefice, si faceva passare per martire. Sono quindi pesanti le accuse di Filomena verso quest’uomo. Un uomo senza coscienza apparente, ingiustificabile per il gesto commesso.

In tutta questa indifferenza da parte di un uomo verso quella che era stata la sua donna, deve essere considerato comunque una sorta di risarcimento che lui stesso deve obbligatoriamente a questa donna. Ma le parole di Filomena a precisa domanda, non lasciano molte speranze perché questo accada. E sembra ritornare in ballo il ruolo di attore del Monaco, che si spoglia di tutto quello che possiede pur di non risarcire un centesimo. La stessa Filomena afferma che Marcello si è venduto una macchina nuova dal carcere addirittura, ed insieme agli avvocati che la seguono, stanno per iniziare il processo civile per quantificare il danno subito. Anche se non sono molte le speranze di poter ottenere una grossa cifra. Attualmente infatti, risulta che Marcello Monaco detenga un lavoro con una retribuzione lorda di appena 500 euro, ma con una casa in affitto, una moglie ed una figlia da mantenere. Risulta quindi quasi impossibile pignorare qualcosa a quest’uomo, perché c’è sempre un limite minimo si cui si può intervenire.

In tutto questo arriva una condanna allo Stato italiano da parte dell’Unione Europea, perché non detiene un fondo per le vittime di violenza. C’è giusta indignazione nelle parole di Filomena, perché esiste un fondo per le vittime di mafia, per le vittime della strada, ma nessun fondo per le vittime di violenza. Che sono di gran lunga più numerose di qualsiasi altre vittime. Quindi per una persona che si trovi nelle condizioni di Filomena e che abbia un carnefice che nulla detiene, non può sperare nemmeno in un risarcimento. Già in questo mese di marzo si svolgerà il processo civile, ci sarà la sentenza verso Marcello Monaco. Purtroppo esiste la convinzione che non si riuscirà a cavare un ragno dal buco verso quest’uomo, e si dovrà obbligatoriamente procedere verso lo Stato, intentando un altro processo civile, con le conseguenti lentezze burocratiche che lo contraddistinguono quando si tratta di sborsare soldi.

In sostanza, mi indigno e mi chiedo.. Bisogna dare giustizia a queste vittime. Nel caso specifico, se il Monaco risulta nulla tenente ed impossibilitato a risarcire la vittima del danno provocato, credo sia giusto e doveroso, proprio verso la vittima, che sconti una giusta condanna in galera. Perché come si faceva riferimento precedentemente, togliere una vita non può comportare altra pena che l’ergastolo.

Alla conclusione di questa vicenda, emerge un desiderio, un sogno nel cassetto che Filomena vorrebbe realizzare. Quello di creare una casa famiglia per le persone vittime di violenza e di stalking, che improvvisamente si ritrovino nella condizione di restare senza un lavoro, perché purtroppo accade che spesso uno si ritrovi a dover lasciare tutto e a scappare altrove. Lo scopo quindi sarebbe quello di offrire sia un ricovero sicuro per quelle persone che improvvisamente si ritrovano a non avere più niente, e per dare anche una possibilità di ritornare decentemente alla vita. Sarebbe questo il primo scopo su cui riversare l’eventuale risarcimento da parte dello Stato, se ci sarà. Non si può certo contare sull’appoggio del Comune di Roma che si trova in una situazione di stallo al momento, ma sarebbe importante quello delle Istituzioni per trovare quanto meno una struttura che possa accogliere la realizzazione di questo progetto.

Prosegue l’indignazione di Filomena che chiede una maggiore assistenza dello Stato verso le vittime come lei, chiede un maggiore supporto, anche economico, riferendosi semplicemente ad una carrozzina adatta a mettere tranquillamente in macchina, che si aggira quasi sui 5000 euro. In tutto questo, afferma che lo Stato passa solo la misera somma di 1.600 euro ogni 5 anni, ma perché il nomenclatore è fermo al 1999, quando invece dovrebbe essere rinnovato ogni 3 anni, e siamo nel 2016.

Questa storia si conclude con questa indignazione, nella speranza che chi sia preposto a poter fare qualcosa e a cambiare le cose, prenda spunto da questa vicenda e da questa denuncia per poter dare maggiore supporto a chi rimane vittima di psicopatici e non deve rimanere anche vittima dello Stato che invece deve proteggere e far rinascere.