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by Andrea Milioni

Morire di malasanità è peggio che morire di malattia. Perché se hai la consapevolezza di poter guarire se il sistema funziona, hai la consapevolezza che la tua vita è in buone mani.

La salute da sempre è un diritto, ma anche questa istituzione come quasi tutte le altre del nostro Governo, pecca spesso di presunzione, ed in combutta con una legge burocratica del tutto sbagliata, aiuta pazienti gravemente malati a morire per mancanza di cure. Eh si, proprio per mancanza di cure. Stessa tragica sorte è toccata ad una ragazza di 26 anni, originaria di Chieti, Maria Elena Pompilio, che soffriva dall’età di 13 anni di una grave forma di anoressia e che l’aveva trasformata in uno scheletro vivente. Da sempre si era cercato di aiutare la ragazza che da parte sua rifiutava le cure fino al momento che lei stessa decise che ne aveva bisogno. Per anni insieme al fratello Alessandro, avevano tentato svariati ricoveri in svariati strutture in Abruzzo ma sempre finiti male. Nessun livello di adeguatezza. Poi la soluzione era trasferire Maria Elena fuori Regione ed Alessandro trova posto a Pontremoli in Toscana. Ma iniziano i primi problemi burocratici. La Asl di Lanciano Vasto Chieti, non vuole firmare il nulla osta per il trasferimento, per una questione di soldi dicevano, costava troppo. Suggerendo il ricovero in una struttura abruzzese che però non era affatto riconosciuta dal Ministero della Salute. Alla fine la Asl accorda il permesso per un paio di mesi e la ragazza parte. E dopo un primo mese passato nella residenza, il centro decide di trasferire la ragazza presso l’ospedale di Massa perché troppo magra, per farle mettere su peso e poi riammetterla nella struttura dove una terapia l’aspettava. Ma paradossalmente scade il termine accordato dalla asl abruzzese e la ragazza è costretta a ritornare a casa perché non viene firmata la proroga. Un grave errore che porterà alla morte della ragazza, perché nonostante svariate strutture che la accolgono in Abruzzo, nessuna è in grado di curarla e viene mandata a casa propria dove l’unica assistenza ricevuta era solo quella domiciliare. Alimentata solo con un sondini gastrico. La rabbia del fratello si palesa nel pensare che la sorella avrebbe potuto salvarsi, che la situazione a casa era ingestibile per un caso così grave, che lei stessa svuotava le sacche alimentari per far credere che le aveva consumate e che, in questa suo folle piano, la madre l’assecondava. Insomma, lettere su lettere al Ministero della Salute, la Asl che insisteva sul ricovero in una struttura locale non riconosciuta, una burocrazia così lunga ed ingarbugliata che alla fine ha portato alla morte della ragazza, che aveva raggiunto un peso di 28 chilogrammi. Una morte assurda, tra sofferenze, tentativi inutili, e consapevolezza che una vita se ne stava andando, senza che nessuno abbia potuto, o voluto fare nulla per salvarla. Un altro, l’ennesimo caso di mala sanità italiana. Quanti assassini ci sono in questa morte. E’ da escludere una incriminazione della madre che assecondava la figlia malata nel suo folle piano verso una morte lenta e dolorosa? Sarà un’altra morte bianca? Un altro nome perso nel nulla? Un caso di cui scrivere ed indignarsi per come è finita solo per un giorno o due oppure sarà l’inizio di un cambiamento che deve portare a rivedere determinate leggi? Perché purtroppo le strutture adeguate per i casi di disturbi alimentari che possono e sono in grado di salvare la vita ai pazienti che ne soffrono, sono pochi e rari in Italia e spesso le famiglie devono sorbire costi e spese a carico proprio chi può. Ma il problema fondamentale rimane sempre quella burocrazia che troppo lenta e troppo sbagliata, fa si che si continui a rimanere attaccati alle proprie regioni lasciando che la salute dei pazienti, passi in secondo piano. Come ripeto, la salute è un diritto e come tale deve essere rispettato. Se le Istituzioni competenti ci negano anche i diritti, che senso ha votarle o pagare affinché restino in piedi con i soldi dei contribuenti?

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