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by Andrea Milioni

Un errore medico può cambiare la vita di una persona? E soprattutto, è pensabile un errore medico che dal salvare una vita rischia di spezzarla?

Si. La risposta assoluta nella prima domanda. Purtroppo un errore medico può cambiare radicalmente la vita di una persona. In peggio purtroppo. E no. Risposta assolutamente negativa alla seconda domanda. Non è concepibile un errore medico quando si tratta di salvare una vita. Soprattutto se si tratta di qualcosa di banale. Protagonista di questa vicenda, è Paola Moisé, una donna di 47 Di Rivalta, in provincia di Torino. Un giorno di maggio dello scorso anno si sottopone ad un intervento chirurgico al braccio per curare la sindrome del tunnel carpale. Ma da quella che doveva essere una banale operazione chirurgica, si è rivelato il dramma. Pochi giorni dopo l’intervento Paola presenta una infezione al braccio di cui i medici non si accorgono. E quando lo fanno è troppo tardi. Ricoverata d’urgenza al CTO, i dottori, per poterle salvare la vita sono costretti ad amputarle il braccio. Oggi, a distanza di un anno e mezzo, lo sfogo di Paola è duro e frustrato. Quella che parla è una donna delusa, depressa, abbattuta, che si sta lasciando abbattere da suo handicap. Perché da donna autonoma che si definiva, si ritrova a dover essere accudita in tutto. Il suo rammarico è di non poter essere più presente nella vita di sua figlia più piccola affetta da una grave malattia che richiede il suo impegno totale dal momento che la bambina apre gli occhi fino al momento in cui va a dormire la sera. Parla di una grave crisi familiare dal momento che per stare dietro al suo handicap, alla sua depressione, il marito ha dovuto lasciare per oltre 4 mesi il lavoro e che sulle spalle della figlia maggiore, è ricaduta la responsabilità della sorella minore. Insomma una situazione insostenibile dovuta alla superficialità di un errore medico che ha menomato una donna che aveva una vota normale e che non riesce ad accettare la sua nuova condizione. Anche in questo caso voglio creare una sorta di sliding doors. E fino a questo punto della storia concordo con tutto e tutte le difficoltà che sono interferite con la vita di questa donna. Ma voglio fare una precisione ben chiara. Per quanto sia comprensibile la sua vicenda, non è comunque del tutto giustificabile la sua depressione, il suo abbattimento, il suo vittimismo. Il suo non accettare la sua condizione attuale. Che purtroppo esiste ed è evidente. Ma continuare questo vittimismo vuol dire distruggere una famiglia che si sta pian piano, come lei stessa afferma, distruggendo. Un vittimismo che porta la donna ad affermare che non riesce ad usare l’altro braccio, quello buono, che ogni piccola cosa diventa una sfida difficile da superare. E che sia, glielo riconosco. Ma le sfide sono fatte per essere affrontate e superate. Purtroppo la vita a desso per lei riserva questo. Una figlia piccola malata che sta perdendo sua madre deve essere la sfida più grande da superare. Ci sono persone che hanno handicap maggiori di quello che presenta la signora Paola, e che riescono a vivere una vita normale nonostante tutto. La condizione psicologica è importante senza dubbio, la vicinanza di una famiglia è altrettanto importante. Ma qui mi sembra che nessuno si sia tirato indietro dai suoi compiti. Un marito che lascia il lavoro per stare vicino a sua moglie. Una figlia che si aggrava le responsabilità di una sorellina malata e se ne prende cura. Adesso tocca a lei cambiare la situazione. Gli errori medici purtroppo esistono sotto la voce malasanità e proprio per fronteggiare questi errori esistono anche gruppi legali ed avvocati ben preparati che possono far ottenere risarcimenti degni di cronica ed è giusto che chi ha sbagliato paghi pesantemente. Comprendo ma non giustifico l’atteggiamento di questa donna, mamma e moglie. Abbattersi ulteriormente non migliorerà la sua vita. Adesso, è necessario superare il trauma e tornare a fare tutto ciò che la vita gli può permettere di fare che è ancora tutto quello che fanno le persone normali.

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