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by Andrea Milioni

Ritrovarsi cin braccia e gambe amputate. Ritrovarsi invalidi 100% per una diagnosi medica sbagliata. Si può ancora nel 2019?

In un’epoca dove la tecnologia è al top, la scienza fa progressi immensi ogni giorno e dove la sanità, che deve essere un diritto, ha un grado di incompetenza talmente elevato che alla parola miracoli a cui ogni tanto la sanità fa gridare, si alterna la parola morte, per mano di un boia che per troppa superficialità, incompetenza e negligenza, spara sentenza di condanna che portano le persone che le ricevono a cambiare radicalmente la propria vita, le proprie abitudini e spesso ti costringono a scelte inevitabile per riparare a quella sentenza con la speranza che la condanna a morte che ti hanno dato i professionisti, possa cambiare strada e ritornare alla vita anche se con sofferenze e problemi, ma comunque vivi. Perché spesso si ha una famiglia, un marito, dei figli a cui pensare e da non lasciare soli. Questo è in pratica il sunto della storia che ha come protagonista Anna Leonori, una donna di 46 anni che si ritrova appunto ad essere invalida e senza tutti e 4 gli arti. Siamo a Terni e questa vicenda inizia nel 2014 quando la donna, riceve una sentenza che gelerebbe il sangue a chiunque. Un tumore maligno in stato molto avanzato alla vescica che obbliga Anna a rivolgersi altrove ricevendo un’altra diagnosi che la portano a decidere di operarsi per rimuovere la massa tumorale presso l’ospedale Regina Elena di Roma. Un intervento pesante che porta Anna a venire privata del suo essere donna. Le viene asportato l’utero, le ovaie, 40 linfonodi e la vescica per intero, che viene sostituita con una artificiale. Quando tutto sembra risolto, accade l’impensabile. L’esame istologico infatti, quell’esame che dovrebbe dare la certezza attraverso l’analisi dei tessuti, del male in corso, è arrivato dopo l’intervento, ed è risultato del tutto negativo. Nessun tumore alla vescica ne in nessuna delle parti asportate. Un errore terrificante che ha portato una donna sotto i ferri a privarsi delle sue parti, di quelle parti per donare la vita per ritrovarsi adesso lei nella condizione di dover sopravvivere anziché vivere. Perché nella tragedia di aver subito un intervento per un male che non c’era, avviene che la vescica artificiale impiantata alla donna, inizia a provocare dei forti dolori e infezioni. Così nell’ottobre del 2017 Anna viene ricoverata d’urgenza priva di sensi e rimane in coma per ben 80 giorni. L’infezione provoca cancrena agli arti ed anche qui un altro medico che porta con ritardo la paziente a recarsi al reparto grandi ustionati di Cesena dove le vengono amputati gli arti. Un risveglio traumatico per lei. Che si ritrova a metà. Senza essere più donna fino in fondo, che si ritrova a doversi affidare ad altri per ogni minimo movimento o azione da compiere. Senza più privacy ne dignità. Costretta a protesi artificiali anche in questo caso, quelle di basso livello che gli permettono a mala pena di rimanere in piedi da sola e di compiere qualche gesto con gli arti superiori, ma senza che possa afferrare una forchetta per mangiare senza dover essere imboccata come una bambina, o che possa provvedere a se stessa nei momenti intimi che la riguardano. Perché quelle più tecnologiche, quelle che la renderebbero quasi autonoma, costano oltre 90 mila euro e per poterle avere Anna ha organizzato una raccolta che fino ad ora l’hanno portata ad ottenere circa due terzi della somma. Una storia che suscita clamore ma soprattutto indignazione. Il legale di Anna ha formalizzato delle lettera di denuncia sia all’ospedale Regina Elena di Roma che al Santa Maria di Terni, con una richiesta di risarcimento per i danni infiniti subiti da questa donna, separata e madre di due figli. Una richiesta giustificata per i danni subiti. C’è da rispondere a tante domande. C’era davvero il tumore? Era necessario operare? Era così maligno? Ma soprattutto.. perché l’esame istologico è stato effettuato dopo l’intervento? C’era così tanta urgenza? E se si, è necessario intervenire in un altro senso. Va indagato chi ha ipotizzato e sentenziato che nella vescica di Anna ci fosse un tumore in stato avanzato. Perché da questa diagnosi sbagliata, smentita proprio dall’esito dell’esame istologico, è successo l’irreparabile. Una svista, una totale incapacità di valutare un esame, che hanno portato Anna ad essere l’invalida che oggi è. Questa è la sanità che nessuno vuole. Quella che come la mano del boia infligge sulle vite delle persone con superficialità tanto da far diventare una persona sana ad invalida. Sono tanti gli errori commessi in questa vicenda, tante le mancanze, le sviste, una serie infinita. Due ospedali importanti come il Regina Elena di Roma nato proprio per la cura dei tumori e quello di Terni. Possibile che due ospedali di tale portata abbiano omesso di vedere che non c’era alcun tumore e di tale gravità da dover asportare tutto come è successo? In attesa di risposte la burocrazia legale va avanti e il risarcimento di Anna dovrà essere valutato. L’errore è stato determinante ma nessuna delle parti ha pensato di donare alla donna le protesi che le servirebbero per essere semi indipendente. Mi auguro almeno che tutti i responsabili della vicenda non possano più professare l’attività al fine di portare la loro incompetenza anche in altri casi.

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