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by Andrea Milioni

Ammalarsi e rischiare di morire per malasanità. Sembra un paradosso ma succede più di quanto si possa immaginare,

soprattutto in un Paese, il nostro, dove l’incompetenza, l’egoismo ed egocentrismo, la superiorità dichiarata di certe figure professionali, la fanno da padrone sull’umiltà di ammettere di aver sbagliato magari una diagnosi, un intervento o di sopperire a certe mancanze che regolano la vita degli esseri umani. Come detto accade spesso e l’ultima, in ordine cronologico a sapere, è avvenuta nel 2016 ad una donna di 53 anni di Sesto San Giovanni. La vicenda racconta che alla donna è stato asportato lo stomaco per un tumore rivelatosi poi inesistente. Un errore medico fatale che ha portato la donna ad ammalarsi, perdendo ben 33 chili per una operazione non necessaria secondo il legale della paziente offesa. A processo per questa vicenda, sono finiti due medici, il primo e secondo chirurgo che effettuarono l’intervento e che, sempre secondo l’accusa, sarebbero colpevoli di gravi mancanze e negligenze. Innanzitutto sbagliarono a valutare la diagnosi medica interpretando male sia la Tac, sia la cosiddetta EDGS ( esogago-gastro-duodenoscopia). I due medici eseguirono anche alcune biopsie per rivelare il male ma non attesero i risultati formulando quindi un’errata diagnosi di carcinoma gastrico. Ovviamente la presunzione di cui all’inizio, mise i due medici in condizione di non rivelare alla donna che non attesero l’esito delle biopsie ma asportarono per intero l’organo quando invece esisteva la concreta possibilità di una asportazione parziale dell’organo. La MultiMedica di Sesto San Giovanni, ovvero la società per cui lavorano i due medici. Sostiene che i chirurghi hanno comunque lavorato su un organo malato. Scusa banale per difendere la dignità di una struttura che non controlla nemmeno l’operato dei suo dipendenti. Ovviamente perché si presuppone che da professionisti esperti del settore si garantisca ai pazienti la massima prestazione col massimo risultato. Evitare di sbagliare dovrebbe essere la regola primaria per certe strutture mediche dal momento che in gioco c’è la vita e la salute di persone umane. In questo caso invece risultano esserci gravi mancanze e nella valutazione dei referti medici, e nel non compiere determinati esami che avrebbero portato ad un tipo di intervento diverso e meno invasivo. Una non corretta linea guida delle operazioni che avrebbero determinato esiti diversi e un futuro diverso per questa donna 53enne. La prossima udienza del processo sarà prevista nei prossimi giorni, il 17 settembre per l’esattezza. Mi auguro che non si sottovaluti l’incapacità dimostrata da certi professionisti e che non si giustifichi un errore così grave dietro una firma messa su un pezzo di carta che la stessa paziente ha posto per autorizzare l’intervento. Perché firmare un’autorizzazione, non significa obbligatoriamente finire al macello e giustificare un tentato omicidio. E’ la più indegna delle scuse che una struttura medica possa mettere davanti per giustificare l’incompetenza dei suoi dipendenti. Una scusa che dovrebbe far perdere credito e clienti e togliere fiducia a chi in futuro avesse avuto intenzione di rivolgersi a quella clinica. E rendere felici chi fortunatamente c’è stato e ne è uscito senza problemi. Purtroppo per certe figure professionali, benché umane, non è ammissibile un errore che in questo caso, come nella gran parte di casi di mala sanità, non sono innocenti ne involontari ma consapevoli di aver omesso a certe responsabilità e a certi comportamenti che sono determinanti per salvare vite umane. Distruggere la vita di una persona equivale a pagare caro sia economicamente che penalmente senza continuare una professione che porti disagi e mali anziché benefici. La radiazione e la galera sono le giuste punizioni per certe persone sperando chela vittima ottenga risarcimento e giustizia!!!

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